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Musica Classica e opera di Classissima

Richard Wagner

domenica 25 settembre 2016


Liricamente - Articoli, Recensioni

11 febbraio

Recensione opera Gotterdammerung di Richard Wagner al Teatro Massimo di Palermo

Liricamente - Articoli, RecensioniCategoria: Recensioni di musica e opera lirica Argomento: Recensione dell'opera lirica Götterdämmerung di Richard Wagner che conclude la programmata tetralogia wagneriana, ultima giornata della sagra scenica de Der Ring des Nibelungen al Teatro Massimo di Palermo. Nuovo allestimento, con la regia di Graham Vick, scene e costumi di Richard Hudson. Descrizione: Palermo - Recensione dell'opera lirica Götterdämmerung di Richard Wagner che conclude la programmata tetralogia wagneriana, ultima giornata della sagra scenica de Der Ring des Nibelungen al Teatro Massimo di Palermo il 31 gennaio 2016. Nuovo allestimento, con la regia di Graham Vick, scene e costumi di Richard Hudson. Guarda tutti gli articoli della categoria: http://www.liricamente.it/recensioni-opere-liriche.asp

Musica classica - Liquida

7 aprile

C'è chi pensa che un cantante lirico in salotto sia meglio dello psicologo

In ‘Misterioso omicidio a Manhattann’ Woody Allen sfodera una frase che rimarrà nella storia del cinema: “Lo sai che non posso ascoltare troppo Wagner… sento già l'impulso ad occupare la Polonia!”. Aristotele riferendosi alla musica parla di catarsi, come possibilità di avere stimoli e influssi positivi che possano favorire il prendere possesso e coscienza di sé, delle...






Wanderer's Blog

7 novembre

“Ifigenia in Aulide” di Gluck su Rai 5

Premessa: Sono ormai mesi che il sito di Rai 5 non fornisce più indicazioni precise circa gli interpreti della programmazione lirica e sinfonica. Fino a questa settimana è stato possibile reperire tali dati su altri siti (come timefortv), da domani invece non c’è alcuna traccia di informazione. È semplicemente vergognoso che gli utenti siano trattati in tal modo. All’evasione del canone da parte di alcuni utenti poco onesti corrisponde l’evasione di precisi obblighi da parte di chi quel canone impone. Riccardo Muti Fatta questa premessa, nella programmazione lirica di domani e martedì di sicuro c’è il titolo: Ifigenia in Aulide, sull’edizione è quasi certa quella diretta da Muti agli Arcimboldi nella Stagione 2002/03, più che altro perché è l’unica di cui dispone la Rai senza dover pagare dei diritti. Locandina dello spettacolo È già stata trasmessa e rimando al post: https://musicofilia.wordpress.com/2011/10/29/ifigenia-in-aulide-di-gluck-scala2002-diretta-da-muti-su-rai-5/ Poiché ho verificato che il link che rimanda all’articolo di Paolo Gallarati non è più attivo, ho deciso di riportare io l’articolo de La Stampa dell’8 dicembre 2002: “Dopo aver diretto «Ifigénie en Tauride» e «Amide», Riccardo Muti ha completato il terzetto dei capolavori francesi di Christoph Willibald Gluck con «Ifigénie en Aulide» che ha aperto ieri sera la stagione della Scala al Teatro degli Arcimboldi. Inaugurazione accompagnata da manifestazioni di protesta fuori dal teatro e dalla lettura, in sala, di un comunicato dei lavoratori dell’Alfa di Arese. Scritta nel 1774, «Ifigénie en Aulide» è in Italia meno eseguita delle altre due, anche se contiene personaggi adatti a grandi cantanti e a quelle esibizioni di prestigio individuale tanto amate dal pubblico del bel paese. Nessun compositore del Settecento prima di Gluck aveva scolpito caratteri così vigorosi, in un dramma così incalzante, con musica così semplice e diretta nella resa dei sentimenti: era la voce della «natura» che irrompeva improvvisamente sul palcoscenico dell’Opera, entusiasmando gli illuministi, a cominciare da Rousseau, e scandalizzando i partigiani dell’ opera italiana per le sue durezze, la violenza dell’espressione, le forme che si frantumano, il declamato che s’incendia di passione e di dolore, i cori che irrompono con nuova forza ritmica, l’orchestra che, nella sua semplicità, coglie il «grido della passione», come diceva Diderot, con spregiudicata verità. Un capolavoro dunque, di immensa portata storica, le cui tracce si ritrovano ancora, non solo nell’opera francese sino a Debussy esclusa, ma in Germania (Wagner, ammiratore di Gluck) e in Italia: l’influsso di Gluck su Verdi è tutto da studiare, ma, a parer mio, varrebbe la pena pensarci su. Quest’opera, forte e godibile, ancora oggi, in presa diretta, senza le mediazioni culturali necessarie, ad esempio, per apprezzare le tragedie liriche di Lully e del grandissimo Rameau, ha avuto alla Scala-Arcimboldi una esecuzione intensa, carica di commozione e di sofferta interiorità. Tutto si lega, spettacolo e interpretazione musicale, in una concezione unitaria. La scenografia, di Yannis Kokkos, regista e costumista, è azzeccata: gradinate di marmo bianco, alcune gigantesche polene lignee in forma di divinità, a ricordare le navi greche che, bloccate dalla bonaccia, attendono invano, nel porto dell’ Aulide, di partire per la guerra di Troia. Sullo sfondo, un effetto bellissimo: un grande specchio riflette un bosco nascosto, cosicché le persone che lo attraversano sono viste dall’alto, come se gli spettatori fossero su un terrazzo e guardassero giù, per ammirare il corteo di Ifigenia che giunge tra gli ulivi, circondata da canti dolcissimi e malinconici, vittima ignara del terribile ordine divino: o Agamenone immolerà la figlia sull’altare di Diana, oppure i venti incatenati continueran¬ no ad impedire la partenza della flotta greca. Crudele verdetto che scatena nell’animo del re il conflitto, tipicamente illuministico, tra religione e natura, presenza decisiva, quest’ ultima, per l’efficacia con cui Gluck ne rappresenta la «voce» nei trafiggenti appelli dell’oboe durante l’aria del primo atto. Il baritono Christopher Robertson l’ha interpretato assai bene, questo Agamennone, e se non possiede il piglio d’un Christoff, che cantò l’opera alla Scala nel 1959, o d’un Ghiaurov, cioè di un divo che questa parte richiederebbe, lo ha reso attendibile capostipite delle grandi figure di monarchi sofferenti come Filippo II del «Don Carlo» di Verdi, o Boris Godunov. Per costruire la maestà del personaggio è determinante il costume disegnato da Kokkos: un manto scuro, severo e sontuoso, ma senza alcuna concessione ai fronzoli del rococò. L’equilibrio, direi perfetto, tra allusioni settecentesche e severità classica, nei costumi, nelle luci, nei materiali, è il pregio massimo di questa poetica scenografia. La regia potrebbe essere, invece, più movimentata: la recitazione è ridotta al minimo e il coro, sempre fermo, qualunque cosa canti – sfoghi di collera, inni nuziali, preghiere, scatti militareschi – non contribuisce alla resa del teatro francese di Gluck come eccitante montaggio di segmenti scenico-musicali in dialettico contrasto tra loro (altra cosa sono «Orfeo» e «Alceste»). Quei contrasti che il coro diretto da Bruno Casoni ha evidenziato, musicalmente, in modo eccellente. E Muti? Sappiamo come dirige Gluck: con una levigatezza, un’eleganza, una raffinatezza di suoni che presuppone un lavoro capillare, essendo la partitura, nella sua semplicità, tremendamente trasparente e scoperta. Interpretativamente colpisce il tono commosso e doloroso con cui viene reso questo grande dramma dell’amor filiale: più che lo sbalzo epico, e la concitazione drammatica, viene in primo piano la dolcezza dell’intimità, esaltata da tempi alquanto lenti, specie nelle parti di Clitennestra e Ifigenia. In più punti, insomma, quest’esecuzione non è lontana da strapparci una lacrima. L’affranta e furiosa Clitennestra era Daniela Barcellona: grande personalità tragica, voce splendida per qualità e stile, pronuncia francese ancora perfettibile; in Gluck la parola ha una importanza capitale, non meno del melodia, e andrebbe scolpita con la massima chiarezza per contrasto con le impennate melodiche. Violeta Urmana è una Ifigenia dolcissima, molto intensa nel suo candore verginale di agnello portato al sacrificio; Stephen Mark Brown ha invece faticato nella parte di Achille, ragazzo tenero e impetuoso, piccolo Manrico settecentesco chiamato a sguainare continuamente la spada di acuti sportivi e penetranti. Splendido, invece, il giovane Ildar Abdrazakov nella parte del severo indovino Calcante. Il breve finale approntato da Wagner per la rielaborazione dellVIfigenia» nel 1846, e adottato, qui da Muti, c’entra poco con la filologia : la dea Diana, che giunge a salvare Ifigenia canta, infatti, come la Elsa del «Lohengrin», ma ci ricorda l’amore per Gluck di Wagner e chiude l’opera con un colpo di scena teatralmente magistrale (in senso wagneriano). La serata ha avuto un successo trionfale per tutti, comprese le coreografie, lievemente stucchevoli, di Micha van Hoecke, e il pubblico s’è mostrato soddisfatto anche per 0 nuovo sistema di riproduzione digitale del libretto in tre lingue sullo schienale di ogni poltrona che il Teatro degli Arcimboldi ha adottato, primo in Italia.” © La Stampa/Paolo Gallarati

Richard Wagner
(1813 – 1883)

Richard Wagner (22 maggio 1813 - 13 febbraio 1883) è stato un compositore, librettista, direttore d'orchestra e saggista tedesco. Riconosciuto come uno dei più importanti musicisti di ogni epoca, Wagner è principalmente noto per la riforma del teatro musicale. Diversamente dalla maggioranza degli altri compositori, Wagner scrisse sempre da sé il libretto e la sceneggiatura per i suoi lavori. Le composizioni di Wagner, in particolare quelle del suo ultimo periodo, sono rilevanti per la loro tessitura contrappuntistica, il ricco cromatismo, le armonie, l'orchestrazione e per l'uso della tecnica del leitmotiv: temi musicali associati a persone luoghi o sentimenti. Wagner inoltre fu il principale precursore del linguaggio musicale moderno: l'esasperato cromatismo del Tristano avrà infatti un effetto fondamentale nello sviluppo della musica classica. Wagner trasformò il pensiero musicale attraverso la sua idea di "opera totale", sintesi delle arti poetiche, visuali, musicali e drammatiche. Questo concetto trova la sua realizzazione nel Festspielhaus di Bayreuth, il teatro da lui costruito appositamente per la rappresentazione dei suoi drammi (vedi anche: Festival di Bayreuth). La sua arte rivoluzionaria scatenò reazioni contrastanti nel mondo musicale e divise critici e appassionati in "wagneriani" e "antiwagneriani": fu anche per questo che il compositore conobbe il successo solo negli ultimi anni della sua vita.



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